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          Bella e affascinante. Intrigante e misteriosa. Talvolta bucolica e colorata. Discreta eppure brulicante d’interessi. Nell’aria si respira la salsedine, là dove il sole si specchia in un mare come di cristallo. E il vento trasporta con sé il calore della terra infuocata dal sole. E’ la Sicilia, vociante eppure rigorosa, araba e greca in un’anima sola, che Valentina Gebbia racconta in “Fuoco grande” (Dario Flaccovio Editore, pag. 176, euro tredici ), un romanzo che sa di noir dove però la favola prende il sopravvento, in ogni pagina. La storia narrata prende spunto da una vicenda realmente accaduta a Canneto di Caronia, nel messinese, un tranquillo borgo marinaro sconvolto da una serie di inspiegabili incendi nelle case: improvvisamente andavano a fuoco gli elettrodomestici, perfino quelli non attaccati alle prese elettriche. Ma a quasi tre anni dai misteriosi fuochi succede che il racconto venga superato dalla realtà. Le ipotesi sull’origine degli strani fenomeni, che l’autrice aveva fatto congetturare ai personaggi del suo libro, a fine ottobre di quest’anno sono state messe nero su bianco dalla commissione di esperti. Parole che sembrano macigni: “tecnologie militari evolute anche di origine non terrestre”. Fantascienza? Chi può dirlo. Certo è che l’argomento scelto da Valentina Gebbia ben si sposa con l’atavico velo di mistero che avvolge la Sicilia. Una terra ancora da scoprire, con la sua cultura millenaria intrisa di mitologia e di testimonianze di antiche civiltà. Con il suo paesaggio, il mare, i vulcani. Con la sonora musicalità del dialetto che di tanto in tanto irrompe nel romanzo a dar forza e colore. E’ questa la Sicilia di “Fuoco grande”, raccontata con la passione di chi ama la propria terra. Una passione che trapela con discrezione, talvolta con ironia, ma sempre vivida. E trasforma le parole in immagini. Quelle di una Sicilia “bella e irrisolta”, come il mistero di Caronia.

Alberto Augugliaro